lunedì 9 agosto 2010

Introducing Colette

La prima volta che entrai su Colette fu sotto suggerimento di una guida turistica di Parigi, che lo definiva come uno dei migliori shop della città. Da quel momento, pur non avendo mai acquistato niente (basta una rapida occhiata ai prezzi per capire perchè), il sito è entrato a far parte della mia web routine. Le cose che mi hanno colpito sono numerose: in primis, l'accurata selezione di vestiti, riviste, pezzi di design ed accessori hi-tech che ha reso il sito (ed il negozio terreno) uno dei migliori shop del globo. Un altro fatto, inoltre, rende la navigazione del sito incredibilmente piacevole: Colette ha integrato un player musicale dove vengono riprodotte due tracce di ogni album in vendita (anche in questo caso, la selezione è estremamente accurata), con un'ottima qualita sonora.
Il negozio parigino ospita inoltre mostre di famosi artisti e storici accessori di design introvabili altrove. Un must.

www.colette.fr

sabato 24 luglio 2010

Sun Tzu - L'arte della guerra



La prima volta che sentii parlare de "L'arte della guerra", fu in un'intervista al gruppo hip-hop italiano Melma & Merda riportata su Aelle (storico magazine di rap italiano, attivo fino al 2001). In questa intervista, Sean e Deda (due dei tre componenti; il terzo, Kaos, non prese parte all'intervista per dissidi con la rivista e la sua politica) raccontavano di come l'idea per uno dei loro pezzi storici, "Trilogia del Tatami", gli fosse venuta proprio durante la lettura de "L'arte della guerra". Nel frattempo ho anche avuto modo di entrare in contatto con la fama quasi mitica di questo libro, dato il largo utilizzo che ne fanno manager e imprenditori, i quali cercano di adattare i precetti dell'arte militare al campo economico, nel tentativo di elaborare nuove strategie. E ciò è già sufficiente per rendere l'idea di quanto questo volumetto di poco più di cento pagine racchiuda un sapere tanto antico quanto attuale, in grado di piegarsi alle più svariate applicazioni, mantenendo una linea di pensiero di fondo che ancor oggi appare moderna. Inoltre, assolutamente da segnalare la pregevolissima introduzione del collettivo bolognese Wu Ming che, nel mostrare come i manager di oggi, in molti casi, non sembrano aver appreso la lezione di Sun Tzu, cita in maniera molto appropriata il caso dell'industria musicale, che non ha saputo rinnovarsi sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, ma ha anzi deciso di opporvisi fermamente. Infine, nota di merito ai traduttori per la dettagliatissima bibliografia presentata in ogni occasione di dubbio, di veridicità storica o in sede di traduzione. "L'arte della guerra" è un libro indispensabile, che chiunque dovrebbe leggere nel tentativo di allargare i suoi orizzonti, magari riuscendo a trovare nel connubbio tra saggezza orientale e utilitarismo occidentale un nuovo modo di vedere le cose. Tutto questo, grazie a poche ore di lettura.

sabato 3 luglio 2010

Federico Buffa - Black Jesus. The Anthology

Non si può non provare ammirazione per un personaggio come Federico Buffa. Apparato culturale smisurato e proteso in ogni direzione, con una certa predilezione per il basket e per tutte le storie e gli aneddoti che gli orbitano intorno. Non ho avuto la fortuna di leggere i primi due Black Jesus, ma penso che questo The Anthology raccolga il meglio dei precedenti, e quindi mi accontento. Certo, verrebbe da dire che questo libro non è proprio il massimo, da leggere, anche per uno che ha familiarità con il modo di esprimersi di Federico Buffa. E io sono d'accordo, questo libro poteva essere scritto meglio, perchè molte storie, se raccontate in modo meno contorto, avrebbero rivelato ben altra potenzialità. Ma lo stesso Buffa, in una presentazione di questo libro che trovate anche su Youtube, precisa (in merito anche a successive pubblicazioni) che i libri bisognerebbe anche saperli scrivere. E infatti non è tanto nella scrittura, quanto nel parlato (ovviamente il primo esempio è la telecronaca), che Federico si dimostra un intrattenitore di prim'ordine, grazie prima di tutto ad una conoscenza sterminata, ma anche ad una capacità di raccontare che definire coinvolgente è riduttivo. Nonostante questa precisazione, occorre però dire che questo libro è una miniera di storie, alcune davvero magnifiche: Earl Manigault, i fratelli Brown, Allen Iverson, Reggie Miller, Dave Arseneault, Raymond Lewis, Billy Ray Bates, James Naismith, i Clippers, i Nets e i Sickers...33 storie per entrare nella cultura americana e in tutte le sottoculture che vanno a formarla, un viaggio nel basket dei licei, dei college, dei professionisti, ma anche dei playground. Un must.

mercoledì 30 giugno 2010

sabato 19 giugno 2010

Kudos my heroes: a tribute to the Celtics

È finita. Il male ha trionfato ancora. Non ce l'hanno fatta i Boston Celtics allenati da Doc Rivers a battere i Lakers di coach Jackson e di Kobe "One Less than Mike" Bryant, impedendogli il repeat. Peccato, data la magnifica cavalcata dei biancoverdi in questi playoff: dopo una stagione di alti e bassi, in cui gran parte della stampa sportiva li dava per bolliti (molti Celtics hanno più di trent'anni), i nostri hanno sfoderato prestazioni impensabili fino a poche settimane prima. Al primo turno, battuti 4-1 i Miami Heat di Dwayne Wade, con un bellissimo tiro sulla sirena del capitano Pierce a sugellare il 3-0 che ha poi dato la tranquillità (in una serie di playoff al meglio delle 7 partite, nessuno è mai riuscito a rimontare un 3-0). Nelle semifinali di Conference, i Celtics hanno affrontato e (contro ogni pronostico) battuto i Cleveland Cavaliers di LeBron James, assoluti favoriti per il titolo, in una serie in cui l'impeccabile difesa allenata da Tom Thibodeau è riuscita ad arginare perfettamente il Chosen One, fresco MVP della stagione (per la seconda volta consecutiva). In finale di Conference, ecco gli Orlando Magic, finalisti della scorsa stagione, tornati senza Turkoglu e Lee ma con un Vince Carter in più: ciò nonostante, i bostoniani compiono l'ennesimo miracolo, impattando la serie sul 3-0 vincendo le prime due gare in casa dei Magic. Nelle Finals, che rievocava fin da subito le mitiche finali degli anni 60 e 80 con protagonisti (tra gli altri) Bill Russell, Jerry West (a detta di Kobe, "il più grande Laker di sempre"), Larry Bird e Magic Johnson, i Celtics non sono riusciti purtroppo a imporsi evidenziando carenza a rimbalzo e troppe incertezze in attacco, a fronte di una serie comunque non splendida dei losangelini, e soprattutto della loro superstar Kobe Bryant. Prestazioni alternativamente esaltanti e disastrose di Pierce, Garnett, Ray Allen e Rondo non hanno permesso ai Celtics quella costanza e quella sicurezza che gli avrebbero forse concesso di vincere questo (comunque meritatissimo) diciottesimo titolo. A peggiorare ulteriormente la situazione, il grave infortunio di Kendrick Perkins, centro titolare di Boston, durante Gara 6, che gli ha impedito di partecipare alla decisiva gara successiva. L'importanza di Perkins è presto detta: in difesa ha avuto un ruolo fondamentale nell'arginare Gasol e Bynum, e se anche non è un fenomenale rimbalzista (nonostante l'altezza) è ottimo, come dice Federico Buffa, nel "non far prendere i rimbalzi agli avversari"; questo suo senso della posizione si rivela fondamentale anche in attacco, dove i suoi blocchi consentono ai nostri tiratori (Ray Allen in primis) di prendere conclusioni pulite e ad altissima probabilità di riuscita. Ovvio che la mancanza di Perk ha avuto anche un grande impatto emotivo sui Celtics, che in realtà sembravano aver reagito benissimo, dominando per gran parte Gara 7, salvo poi crollare nel quarto quarto in cui chi era chiamato a fare la differenza, forse è venuto meno. Ciò nonostante, è impossibile non essere commossi da una tale squadra: così compatta, così forte nell'insieme che non è una somma di singoli (come i Lakers, permettetemelo), ma un'entità salda e unita. Da The Captain & The Truth, Paul Pierce, veterano di tante sfide, che sia in difesa che in attacco ha dato tutto pur di veder trionfare ancora i suoi. Kevin Garnett, forse il vero leader di questa squadra, infaticabile motivatore, ottimo giocatore di post e, nonostante le ginocchia non siano più quelle di una volta, uno dei migliori difensori della Lega. Ray Allen, forse quello che più ha fallito l'appuntamento con le gare decisive delle Finali, dopo una storica Gara 2 con 8 triple messe a segno su 11 tentativi (all'halftime era a 7 su 7): ciò nonostante, innegabili i suoi meriti lungo la strada compiuta dai C's verso le Finali, e altrettanto innegabile che la sua difesa su Kobe Bryant in questa serie entra di diritto tra le migliori serie difensive di ogni tempo. Kendrick Perkins, saldissimo centro in grado di mettere in difficoltà pivot ben più titolati di lui (per informazioni, chiedere a Dwight "Superman de noantri" Howard) in difesa, mai in grado di essere decisivo in prima persona in attacco (ma non è questo che ci si aspetta da lui). Rajon Rondo, probabilmente la vera superstar di questa squadra, fresco All Star e destinato a diventare, nel prossimo futuro, uno dei nomi di riferimento dell'NBA; passatore straordinario, grande penetratore delle difese meno attente, e difensore più incisivo di quanto Buffa&Tranquillo vogliano ammettere: tutte queste doti, condensate in un fisico inspiegabile per la sua statura, date la sovrumana ampiezza dell'apertura delle braccia e la grandezza delle mani. Ma non possiamo certo scordarci la panchina, da cui sono arrivati contributi fondamentali in questi playoff. Glen Davis, protagonista della incredibile Gara 4 della serie finale, in cui ha vinto una partita (quasi) da solo. Nate Robinson, arrivato a Febbraio dai New York Knicks, confinato da Doc Rivers a sideliner per l'ingestibilità, e rispolverato poi nel momento del bisogno, ha regalato la fondamentale Gara 6 a Boston nella serie contro Orlando, e assieme a Big Baby Davis è riuscito a schiacciare i Lakers in Gara 4. Rasheed Wallace, la testa calda di tutte le teste calde, il giocatore incontrollabile che, dopo una stagione disastrosa, ha dimostrato di essere venuto a Boston solo ed esclusivamente per i playoff, diventando un fattore non indifferente con triple in momenti decisivi, nonchè una difesa da enciclopedia della pallacanestro su Gasol, anche questa destinata a rimanere negli annali, nonostante la vittoria dei Lakers. Tony Allen, autore di alcune delle schiacciate più memorabili di questi playoff e di difese a tratti sovrumane su giocatori del calibro di sua maestà LeBron James. Impossibile, infine, non citare i due coach che hanno contribuito più di chiunque altro a fare di questo gruppo quello che ora è (e, si spera, sarà ancora per un anno): Doc Rivers e Tom Thibodeau (accasatosi ora ai Chicago Bulls, tentando per la prima volta il ruolo di head coach). Insomma, una storia sportiva commovente, il probabile canto del cigno di una squadra composta per lo più di grandi campioni ai loro ultimi anni di gioco (di sicuro, gli ultimi a questi livelli). Il futuro in questi giorni appare quanto mai incerto, e l'amaro in bocca lasciato dalla bruciante sconfitta con i rivali di sempre non fa che aumentare il dolore per il possibile sfascio della squadra. Ma nonostante la sconfitta, va reso onore a questi eroi, che si sono battuti fino all'ultimo, potendo con il cuore dove le gambe non reggevano più, in nome della storica casacca biancoverde che avevano indosso, rendendo i tifosi di Boston orgogliosi anche nella sconfitta. E perciò sing loud, sing proud, let's go C's!