La prima volta che sentii parlare de "L'arte della guerra", fu in un'intervista al gruppo hip-hop italiano Melma & Merda riportata su Aelle (storico magazine di rap italiano, attivo fino al 2001). In questa intervista, Sean e Deda (due dei tre componenti; il terzo, Kaos, non prese parte all'intervista per dissidi con la rivista e la sua politica) raccontavano di come l'idea per uno dei loro pezzi storici, "Trilogia del Tatami", gli fosse venuta proprio durante la lettura de "L'arte della guerra". Nel frattempo ho anche avuto modo di entrare in contatto con la fama quasi mitica di questo libro, dato il largo utilizzo che ne fanno manager e imprenditori, i quali cercano di adattare i precetti dell'arte militare al campo economico, nel tentativo di elaborare nuove strategie. E ciò è già sufficiente per rendere l'idea di quanto questo volumetto di poco più di cento pagine racchiuda un sapere tanto antico quanto attuale, in grado di piegarsi alle più svariate applicazioni, mantenendo una linea di pensiero di fondo che ancor oggi appare moderna. Inoltre, assolutamente da segnalare la pregevolissima introduzione del collettivo bolognese Wu Ming che, nel mostrare come i manager di oggi, in molti casi, non sembrano aver appreso la lezione di Sun Tzu, cita in maniera molto appropriata il caso dell'industria musicale, che non ha saputo rinnovarsi sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, ma ha anzi deciso di opporvisi fermamente. Infine, nota di merito ai traduttori per la dettagliatissima bibliografia presentata in ogni occasione di dubbio, di veridicità storica o in sede di traduzione. "L'arte della guerra" è un libro indispensabile, che chiunque dovrebbe leggere nel tentativo di allargare i suoi orizzonti, magari riuscendo a trovare nel connubbio tra saggezza orientale e utilitarismo occidentale un nuovo modo di vedere le cose. Tutto questo, grazie a poche ore di lettura.
