martedì 29 dicembre 2009

Top 10: Best Italian Rap Albums of the Decade

Era una cosa che volevo fare da tempo. Non un sassolino che mi tolgo dalla scarpa, ma un vero e proprio macigno. Perchè guardare le classifiche di fine decennio è divertente, ma allo stesso tempo frustrante, perchè non ho effettivamente le basi per poter dire la mia. In un campo più ristretto, però, il mio parere sento di poterlo esprimere, eccome: questo campo è il rap italiano, genere spesso bistrattato per facili fraintendimenti, luoghi comuni, stereotipi. Un genere che bisogna imparare ad apprezzare, perchè siamo nel 2009 e, che vi piaccia o no, l'hip-hop/rap ha conquistato una larga fetta del mercato discografico, e non per caso. Ho quindi deciso di provare ad analizzare questo decennio filtrato attraverso le parole dei nostri rapper, spesso osservatori più acuti di molti(ssimi) cantanti più celebrati. Dieci album che mi hanno inevitabilmente segnato, dieci dischi che ho amato ed odiato. Dieci piccole perle che mi sento di condividere. Prima di cominciare, tengo solo a precisare che è una classifica senza pretese di oggettività, un po' perchè sarebbe troppo pretenzioso da parte mia, e un po' perchè sento cmq di non esserne in grado. Quindi, eccoli qui:


Lord Bean - Lingua Ferita (2005)

Dopo anni di assenza dalla scena, Lord Bean è tornato a far parlare di sè con questo album distribuito gratuitamente via internet. Inoltre il rapper si è servito di alcune fra le più belle strumentali mai prodotte da El-P (tratte da Fantastic Damage, The Cold Vein e Collecting The Kid). Il rap di Lord Bean è sempre diretto, crudo, ricco di immagini, ma rispetto al passato si dimostra più consapevole, cresciuto, i suoi storytelling sono vere e proprie perle, le scelte dei campionamenti dai film molto evocative. Insomma, io lo considero un album indispensabile, anche se capisco l'obiezione di chi non lo considera un vero e proprio album, in quanto mai uscito su supporto fisico, ecc.



9. Ghemon & The Love 4tet - E poi, all'improvviso, impazzire (2009)

Ghemon è stata la maggior boccata d'aria fresca per l'hip-hop italiano da almeno cinque anni a questa parte. Un artista completo e complesso, caratterizzato da spiccate doti compositive. Dopo varie collaborazioni di prestigio ed un album d'esordio davvero ben fatto, arriva questo "E poi, all'improvviso, impazzire", prodotto per gran parte da Fid Mella, con alcune comparsate di Mainloop e Brenk. Forse esagero, ma reputo questo disco un piccolo capolavoro: per musicalità, per gli argomenti e il modo in cui vengono trattati e per mille altri motivi. Per come la vedo io, Ghemon è destinato ad essere uno dei protagonisti del rap italico del nuovo millennio.



8. Gente Guasta - La Grande Truffa Del Rap (2000)

Durante la crisi che l'hip-hop italiano stava affrontando alla fine del millennio, proprio da uno dei gruppi simbolo della scena nostrana, ovvero gli Otierre, si distaccarono i suoi due membri più autorevoli (ok, oltre alla Pina): Esa e Polare, i quali, tramutatisi in El Presidente e Polaroide, uscirono nel 2000 con questo album che ad oggi penso meriti il titolo di pietra miliare. Esa era probabilmente al top della sua vena artistica, accompagnato da un Polare sempre al passo e da produzioni invidiabili. E che featuring! Il pezzo storico rimane "Lotta Armata", ma ogni traccia meriterebbe un discorso a sè, in quanto il disco nella sua totalità riesce a dare una prova tangibile della frustrazione della scena di quel periodo. "Questo è hip-hop? Col cazzo, questa è guerra!".



7. Mistaman - Anni Senza Fine (2008)

Uno dei miglior rapper della scena attuale, con una carriera di tutto rispetto alle spalle (prima coi Centro13, poi con Shocca e da solista), torna alla carica nel 2008 con un disco molto più compatto del precedente "Parole". "Anni Senza Fine" è il prodotto di chi questa roba se la sente addosso, di chi sa come trattarla, non un disco necessariamente per palati fini ma sicuramente curatissimo in ogni dettaglio. Una padronanza della metrica che nessuno (sottolineo NESSUNO) in questi dieci anni ha sfoggiato con tanta sicurezza e capacità, abbinata ad una perspicacia non comune, a pochi featuring ben scelti (oddio, su Madbuddy ci sarebbe qualcosa da ridire, in realtà) e ad una produzione meravigliosa, principalmente ad opera di DJ Shocca (che se solo andasse a produrre il disco di un big, chissà cosa verrebbe fuori). Non dubito che negli anni, questo album possa diventare un classico per ogni b-boy che si rispetti.



6. Sacre Scuole - 3 MC's Al Cubo (2000)

Jake La Furia, Il Guercio e Dargen "Corvo D'Argento" D'Amico: queste le tre menti, opportunamente elevate alla potenza di 3, dietro a questo disco. Che se non fosse per delle strumentali per lo meno discutibili (l'esempio che si cita sempre è il campionamento di "Africa" dei Toto per "Tempo Critico"), avremmo tra le mani uno dei migliori dischi mai prodotti in Italia; invece, è "solo" un disco fantastico (è un EP, per essere precisi). Il livello dell'mcing è altissimo, rime a raffica, testi visionari, densi di rabbia e risentimento, ma soprattutto di creatività e intraprendenza. Per come la vedo io, il rap di questo decennio è stato enormemente influenzato da questo modo di fare rap. Peccato che poi Dargen abbia preso altre strade (molti non saranno d'accordo con me, mi dispiace).


5. Colle Der Fomento - Anima e Ghiaccio (2007)

Il ritorno tanto atteso del miglior gruppo rap italiano di sempre. Passati 8 anni da Scienza Doppia H, con anche un cambio di line-up (fuori Ice One, dentro DJ Baro), i Colle si ripresentano sulla scena ben consapevoli di ciò che si sono lasciati alle spalle, ma con una carica tutta nuova. Danno e Masito non sbagliano un colpo, mai due rapper più affiatati e complementari. Le dolenti note riguardano più che altro le produzioni: i nomi sono tanti, tantissimi, e anche se c'è chi si conferma a livelli altissimi, c'è pure chi non convince per niente. Per citare qualcuno, "i Colle per 'sto disco dovevano andare in ginocchio a pregare Ice One, oppure farsi produrre tutto da Don Joe". Però ci rimane un grandissimo comeback album, di uno spessore che è da pochi (si contano sulle dita di una mano). E pezzi come Ghetto Chic, Oggi Sono Chiunque o Più Forte Delle Bombe...insomma, pur sapendo che si poteva fare meglio, non ci si può certo lamentare.


4. Club Dogo - Mi Fist (2003)

Uscito Dargen, entrato Don Joe, le Sacre Scuole divennero i Club Dogo. L'inizio della fine, dite voi? Masticazzi, all'epoca questi erano in grado di dar la paga a chiunque. Tutte le prove, le trovate qui, in Mi Fist. Un disco grosso così, per davvero. Il manifesto della nuova scuola italiana, influente come nessun altro disco sulle nuove generazioni di rapper italiani, dove pur nella sua tamarraggine, rimane un prodotto saldamente underground e decisamente innovativo, per l'epoca. Don Joe si rifà agli anni Settanta, stendendo un tappeto sonoro assolutamente superbo per due mc che, a vederli adesso, non ci crederesti di cosa erano (e forse sono ancora) capaci. Il Guercio e La Furia. Due veri e propri pesi massimi. Citare una sola barra è IMPOSSIBILE. Il prediligere la punchiline sempre e comunque e le classiche battle rhyme che troverete in ogni singolo disco italiano dal 2003 in avanti, vengono tutte da qui. E dici poco. Forse era davvero l'inizio della fine. Fatto sta che Mi Fist resta un caposaldo, nel bene e nel male.




3. Kaos - kARMA (2007)

Parlare di questo disco è una cosa veramente difficile. Perchè ogni parola pesa come un macigno. Cito qualcun'altro: "un disco di un altro spessore, di un altro livello, scritto da un mc di un altro spessore, di un altro livello...". Non c'è bisogno che io stia qui a spiegarvi chi è Kaos, per quello c'è Wikipedia. Sappiate solo che questo potrebbe essere il suo canto del cigno, il suo vero ultimo disco. Che è un po' come dire che l'hip-hop italiano perde uno dei suoi padri, uno di quelli che più ha dato alla cultura in sto paese. Vien da piangere, but the show must go on, sticazzi. L'album è ovviamente un capolavoro (chettelodicoaffare?), ogni singolo pezzo è pura enciclopedia del rap, ogni ragazzino della mia età dovrebbe studiarci sopra. Un'analisi lucida della realtà, dello show business, del mondo discografico, del nostro paese. Ma anche un testamento artistico che porta in sè tutto il bagaglio di una vita, senza dimenticare che siamo nel 2007 e, insomma, i tempi sono cambiati. Se il rap di Kaos è invecchiato come il vino buono, gli accompagnatori alle macchine (Don Joe su tutti) offrono le loro migliori gemme per rendere immortale qualcosa che già lo sarebbe stato senza musica in sottofondo. Da mettere nei libri di scuola.


2. Fabri Fibra - Turbe Giovanili (2002)

Io non posso parlare oggettivamente di questo disco. Perchè per me è cominciato tutto da qua, dalle rime di Fabri. E l'unica cosa che posso fare è mettere su il ciddì, spingere play e lasciarmi avvolgere dai ricordi che questo disco rievoca. Ciònonostante, proverò a spiegarvi perchè secondo me questo disco merita di stare al numero 2, davanti a gente come Kaos e Colle: perchè Fabri era il miglior liricista che l'Italia avesse mai avuto, giocava con le parole con grandissima maestria, ma non tanto come farebbe un freestyler (tipo Mista, per esempio). Il suo era un tipo di approccio diverso, la sua forma canzone non aveva precedenti e non ha più trovato eredi in 7 anni che son passati. Ogni pezzo è un piccolo gioiello, e se ci cresci insieme, lo capisci il perchè. Questo non è il Fastidio del 96 (che qui si continua comunque a venerare, per carità), ma è un tipo di noia, di apatia che meglio descrive i tempi in cui viviamo. Definirlo precursore non è esagerato, ma precursore è la parola sbagliata. Questo è solamente un bellissimo disco, un'opera a sè stante. Giusto-tanto-per, tutte le canzoni sono prodotte da Neffa (eccetto una di Lato).
Ok, non sono riuscito ne ad essere minimamente oggettivo, ne a far capire perchè questo disco è così bello. Il fatto è che con il Fabri di allora, è più difficile che mai trovare le parole. Ha già detto tutto lui. E a voi, non resta che ascoltarlo.



1. Artificial Kid - Numero 47 (2009)

E qui non c'è un bel niente da spiegare. Solo una leggenda del rap italiano (Danno del Colle Der Fomento) che si unisce a uno dei produttori più interessanti della scena e all'orgoglio nazionale del turntablism. Quello che ne esce è il capolavoro massimo, insieme punto d'arrivo e di partenza per l'hip-hop italiano. Un esperimento forse simile ad altri già fatti in America, ma che non ha NIENTE da invidiare ai fratelli d'oltreoceano, conservando anzi una propria forte identità. Citazionista, folle, onirico e visionario. Ci mostra una realtà solo in apparenza utopica, ma in verità sempre più vicina. Il rap fatto come Dio comanda. Il disco di cui si sentiva il bisogno.

giovedì 24 dicembre 2009

Gran Torino [Clint Eastwood]

Una lampada traballante che illumina un tentato furto d'auto. Un'iniziazione verso la dannazione, che nel suo fallimento apre un inaspettato sentiero per la redenzione. Un grugnito minaccioso che invoca imperiosamente giustizia. Questo è Gran Torino, ad oggi ultima fatica di Clint Eastwood (in attesa di Invictus, ispirato alla vita di Nelson Mandela, interpretato da Morgan Freeman, a cui mancava giusto quello, di ruolo). La diffidenza contro la necessità di aprirsi, il ritenersi felicemente autosufficienti che cozza contro gli ovvi limiti dell'età e, ad un livello più superficiale, il patriottismo che si scontra inevitabilmente con la multiculturalità. Questi i livelli di lettura srotolati da Eastwood su una storia che non brilla proprio per originalità (ricordiamoci però che la sceneggiatura non è sua), ma si staglia granitica davanti agli occhi dello spettatore, con un rigore (anche e soprattutto a livello visivo) che potrebbe sembrare un di meno, ma invece è un di più. Il film non è succube dell'interpretazione di Eastwood, perchè si rivela un'entità a sè stante e con fondamenta decisamente solide, ma, come qualcuno faceva ben notare, non si può fare a meno di dire che il film sia l'interpretazione di Eastwood. Il suo personaggio traspare da ogni grinza nel suo corpo, in un ritratto umano che non si concede facili giustificazioni, ma cerca di essere coerente, e non è poco.
Insomma, uno dei migliori film dell'anno, inspiegabilmente ignorato dall'Academy. che conferma Eastwood come uno dei più grandi cineasti viventi. A non guardarlo, fate solo un torto a voi stessi.

lunedì 21 dicembre 2009

Evviva i cinepanettoni

* "se je succhi la zinna esce il latte in polvere"
* "Sei sicura che è mio figlio? C'ha na faccia da cazzo..."
* "A pistolino d'oro!"
* "Le gambe sembrano quelle di mia moglie, ma il culo è da mignottona"
* "Pensavo fosse una mignotta, invece era colpa tua"
* "Tuo padre era dotatissimo". "Di cervello?". "No, d'uccello"
* "La chiamavamo spinella". "Perché fumava?". "No, perché ce la siamo passata tutti"
* "Ma è vero il modo in cui è morto mio padre?". "Cioè?". "Affogato nella diarrea?"
* "Zio, secondo te che deve fare uno a cui piace una ragazza che sta con un tizio più grande e più bello?". "Se deve attacca' al cazzo"
* "Avete parlato della retta?". "Come no, prima l'ho retta e poi l'ho ingroppata".
* "Si ricordi che i cazzi saltano sempre una generazione".
* "Buongiorno dottor Marchetta". "Dottor marchetta a tua sorella"
* (Di fronte a una spogliarellista che espone il sedere) "Dopo aver trovato la pecorina, adesso cerchiamo la pecorella"
* "Ma che vuol dire peep show?". "Ebbeh, una pippettina"
* "Siamo venuti a farci una bella fregata"
* "Oh, guarda che la maiala è mia madre"
* "E io che pensavo che tu te la facessi con tuo padre"
* "Capisco chi si caca sotto, ma lei si è cacato sopra"
* "Ma quali molestie, gli è solo scappata una pompa"
* "A maiali", "A scorreggiona", "A rotolo de merda"
* "Non mandiamo tutto a puttane per una scopata", "veramente sono quattro anni che scopiamo". "Vabbeh quattro, facciamo due"




Non sto delirando, è ciò che vi aspetta se andate a vedere Natale a Beverly Hills. Lo sceneggiatore si è proprio dato da fare, direi.


ADM Crew

domenica 20 dicembre 2009

The Wrestler [Darren Aronofsky]

Chiedo scusa per l'assenteismo, ma ultimamente non ho avuto molto di cui scrivere. Torno su queste pagine per parlare di The Wrestler, film di Aronofsky candidato (e ingiustamente bistrattato) agli Oscar 2009. Il rammarico per non averlo visto finora è forse compensato dalla gioia che ha procurato a due parti del mio io: da una parte quella di bambino col vizio del cinema, che divora film di serie z ma certo non disdegna i piatti più raffinati; e quello di nerd kid con un passato da fan del wrestling, che a vedermi non ci credereste.
Il film racconta la parte finale della carriera del wrestler fittizio Randy "The Ram" Robinson, ormai in declino e spinto a continuare sempre alla ricerca dell'adrenalina che solo il ring può dargli. L'improvvisa discesa in picchiata, i vacui tentativi di risalire la china e infine lo schianto, l'affondo nella morte di cui non ci si cura, perchè si sa di averla appresso. Questo è ciò che Aronofsky, che qui raggiunge una delle vette più alte della sua carriera, ci mostra, attraverso un realismo mai distaccato, ma sempre vicino, coinvolto: la camera a spalla segue incessantemente The Ram, mentre egli prova a combattere contro la sua stessa natura, ma rendendosi conto dell'impossibilità di ciò. E The Ram è Mickey Rourke, che qui ci offre una prova monumentale, vivo esempio di un'identificazione col personaggio, che neanche Kirk Lazarus: Rourke dona quel qualcosa in più ad un film già solido e riuscito di per sè, facendolo diventare uno dei migliori film dell'anno, senza se nè ma. E nonostante Rourke faccia la parte del leone, non rimangono certo in ombra le bellissime e bravissime Marisa Tomei e Evan Rachel Wood, degne co-protagoniste che non sfigurano nemmeno accanto ad un tale mostro sacro.
La colonna sonora metalloide stile "gli-anni-Ottanta-erano-il-meglio-poi-quella-checca-di-Cobain-ha-rovinato-tutto" fa la sua porca figura, come contorno di questa dura ma toccante opera.
Ed ora, lascio che l'ex wrestling fan che è in me dia sfogo a tutta la gratitudine verso il suddetto film. Perchè se Ayatollah non può che riportare alla mente The Iron Sheik, The Ram è senza dubbio la più felice commistione di Hulk Hogan e Ultimate Warrior: il grande match dell'89 a cui il film fa continuamente riferimento, è un evidente richiamo al celebre incontro tra gli stessi Hogan e Iron Sheik tenutosi al Madison Square Garden. La scena d'apertura, che ripercorre in maniera direi storiografica gli avvenimenti di quel match, è un tocco di classe. Quando però c'è da mostrare la realtà del quadrato, ecco che c'è spazio anche per la crudezza pura: un hardcore match in piena regola, coi tavoli, la scala (TLC Rules!) e la sparachiodi, che lascia senza fiato. Sembrano stupidaggini, grana grossa invece che sottigliezze, ma per uno che ha passato le medie a pane e wrestling, son cose.

domenica 6 dicembre 2009

Elio e le Storie Tese a Quelli che il Calcio, in versione Muse



Dopo lo scherzo dei Muse,che si scambiarono di ruolo approfittando del playback,anche gli elio e le storie tese hanno pensato bene di approfittarne!

Ecco quindi Elio al piano, Faso alla batteria, Cesareo al basso, Rocco Tanica alla chitarra e Christian Meyer cantante, con maglietta dei Muse XD

Long

venerdì 4 dicembre 2009

The Hamsters jazz Band




Semplicemente,stupendo!

XD

Long