La prima volta che entrai su Colette fu sotto suggerimento di una guida turistica di Parigi, che lo definiva come uno dei migliori shop della città. Da quel momento, pur non avendo mai acquistato niente (basta una rapida occhiata ai prezzi per capire perchè), il sito è entrato a far parte della mia web routine. Le cose che mi hanno colpito sono numerose: in primis, l'accurata selezione di vestiti, riviste, pezzi di design ed accessori hi-tech che ha reso il sito (ed il negozio terreno) uno dei migliori shop del globo. Un altro fatto, inoltre, rende la navigazione del sito incredibilmente piacevole: Colette ha integrato un player musicale dove vengono riprodotte due tracce di ogni album in vendita (anche in questo caso, la selezione è estremamente accurata), con un'ottima qualita sonora.
Il negozio parigino ospita inoltre mostre di famosi artisti e storici accessori di design introvabili altrove. Un must.
www.colette.fr
lunedì 9 agosto 2010
sabato 24 luglio 2010
Sun Tzu - L'arte della guerra
La prima volta che sentii parlare de "L'arte della guerra", fu in un'intervista al gruppo hip-hop italiano Melma & Merda riportata su Aelle (storico magazine di rap italiano, attivo fino al 2001). In questa intervista, Sean e Deda (due dei tre componenti; il terzo, Kaos, non prese parte all'intervista per dissidi con la rivista e la sua politica) raccontavano di come l'idea per uno dei loro pezzi storici, "Trilogia del Tatami", gli fosse venuta proprio durante la lettura de "L'arte della guerra". Nel frattempo ho anche avuto modo di entrare in contatto con la fama quasi mitica di questo libro, dato il largo utilizzo che ne fanno manager e imprenditori, i quali cercano di adattare i precetti dell'arte militare al campo economico, nel tentativo di elaborare nuove strategie. E ciò è già sufficiente per rendere l'idea di quanto questo volumetto di poco più di cento pagine racchiuda un sapere tanto antico quanto attuale, in grado di piegarsi alle più svariate applicazioni, mantenendo una linea di pensiero di fondo che ancor oggi appare moderna. Inoltre, assolutamente da segnalare la pregevolissima introduzione del collettivo bolognese Wu Ming che, nel mostrare come i manager di oggi, in molti casi, non sembrano aver appreso la lezione di Sun Tzu, cita in maniera molto appropriata il caso dell'industria musicale, che non ha saputo rinnovarsi sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, ma ha anzi deciso di opporvisi fermamente. Infine, nota di merito ai traduttori per la dettagliatissima bibliografia presentata in ogni occasione di dubbio, di veridicità storica o in sede di traduzione. "L'arte della guerra" è un libro indispensabile, che chiunque dovrebbe leggere nel tentativo di allargare i suoi orizzonti, magari riuscendo a trovare nel connubbio tra saggezza orientale e utilitarismo occidentale un nuovo modo di vedere le cose. Tutto questo, grazie a poche ore di lettura.
sabato 3 luglio 2010
Federico Buffa - Black Jesus. The Anthology

Non si può non provare ammirazione per un personaggio come Federico Buffa. Apparato culturale smisurato e proteso in ogni direzione, con una certa predilezione per il basket e per tutte le storie e gli aneddoti che gli orbitano intorno. Non ho avuto la fortuna di leggere i primi due Black Jesus, ma penso che questo The Anthology raccolga il meglio dei precedenti, e quindi mi accontento. Certo, verrebbe da dire che questo libro non è proprio il massimo, da leggere, anche per uno che ha familiarità con il modo di esprimersi di Federico Buffa. E io sono d'accordo, questo libro poteva essere scritto meglio, perchè molte storie, se raccontate in modo meno contorto, avrebbero rivelato ben altra potenzialità. Ma lo stesso Buffa, in una presentazione di questo libro che trovate anche su Youtube, precisa (in merito anche a successive pubblicazioni) che i libri bisognerebbe anche saperli scrivere. E infatti non è tanto nella scrittura, quanto nel parlato (ovviamente il primo esempio è la telecronaca), che Federico si dimostra un intrattenitore di prim'ordine, grazie prima di tutto ad una conoscenza sterminata, ma anche ad una capacità di raccontare che definire coinvolgente è riduttivo. Nonostante questa precisazione, occorre però dire che questo libro è una miniera di storie, alcune davvero magnifiche: Earl Manigault, i fratelli Brown, Allen Iverson, Reggie Miller, Dave Arseneault, Raymond Lewis, Billy Ray Bates, James Naismith, i Clippers, i Nets e i Sickers...33 storie per entrare nella cultura americana e in tutte le sottoculture che vanno a formarla, un viaggio nel basket dei licei, dei college, dei professionisti, ma anche dei playground. Un must.
mercoledì 30 giugno 2010
martedì 29 giugno 2010
sabato 19 giugno 2010
Kudos my heroes: a tribute to the Celtics
È finita. Il male ha trionfato ancora. Non ce l'hanno fatta i Boston Celtics allenati da Doc Rivers a battere i Lakers di coach Jackson e di Kobe "One Less than Mike" Bryant, impedendogli il repeat. Peccato, data la magnifica cavalcata dei biancoverdi in questi playoff: dopo una stagione di alti e bassi, in cui gran parte della stampa sportiva li dava per bolliti (molti Celtics hanno più di trent'anni), i nostri hanno sfoderato prestazioni impensabili fino a poche settimane prima. Al primo turno, battuti 4-1 i Miami Heat di Dwayne Wade, con un bellissimo tiro sulla sirena del capitano Pierce a sugellare il 3-0 che ha poi dato la tranquillità (in una serie di playoff al meglio delle 7 partite, nessuno è mai riuscito a rimontare un 3-0). Nelle semifinali di Conference, i Celtics hanno affrontato e (contro ogni pronostico) battuto i Cleveland Cavaliers di LeBron James, assoluti favoriti per il titolo, in una serie in cui l'impeccabile difesa allenata da Tom Thibodeau è riuscita ad arginare perfettamente il Chosen One, fresco MVP della stagione (per la seconda volta consecutiva). In finale di Conference, ecco gli Orlando Magic, finalisti della scorsa stagione, tornati senza Turkoglu e Lee ma con un Vince Carter in più: ciò nonostante, i bostoniani compiono l'ennesimo miracolo, impattando la serie sul 3-0 vincendo le prime due gare in casa dei Magic. Nelle Finals, che rievocava fin da subito le mitiche finali degli anni 60 e 80 con protagonisti (tra gli altri) Bill Russell, Jerry West (a detta di Kobe, "il più grande Laker di sempre"), Larry Bird e Magic Johnson, i Celtics non sono riusciti purtroppo a imporsi evidenziando carenza a rimbalzo e troppe incertezze in attacco, a fronte di una serie comunque non splendida dei losangelini, e soprattutto della loro superstar Kobe Bryant. Prestazioni alternativamente esaltanti e disastrose di Pierce, Garnett, Ray Allen e Rondo non hanno permesso ai Celtics quella costanza e quella sicurezza che gli avrebbero forse concesso di vincere questo (comunque meritatissimo) diciottesimo titolo. A peggiorare ulteriormente la situazione, il grave infortunio di Kendrick Perkins, centro titolare di Boston, durante Gara 6, che gli ha impedito di partecipare alla decisiva gara successiva. L'importanza di Perkins è presto detta: in difesa ha avuto un ruolo fondamentale nell'arginare Gasol e Bynum, e se anche non è un fenomenale rimbalzista (nonostante l'altezza) è ottimo, come dice Federico Buffa, nel "non far prendere i rimbalzi agli avversari"; questo suo senso della posizione si rivela fondamentale anche in attacco, dove i suoi blocchi consentono ai nostri tiratori (Ray Allen in primis) di prendere conclusioni pulite e ad altissima probabilità di riuscita. Ovvio che la mancanza di Perk ha avuto anche un grande impatto emotivo sui Celtics, che in realtà sembravano aver reagito benissimo, dominando per gran parte Gara 7, salvo poi crollare nel quarto quarto in cui chi era chiamato a fare la differenza, forse è venuto meno. Ciò nonostante, è impossibile non essere commossi da una tale squadra: così compatta, così forte nell'insieme che non è una somma di singoli (come i Lakers, permettetemelo), ma un'entità salda e unita. Da The Captain & The Truth, Paul Pierce, veterano di tante sfide, che sia in difesa che in attacco ha dato tutto pur di veder trionfare ancora i suoi. Kevin Garnett, forse il vero leader di questa squadra, infaticabile motivatore, ottimo giocatore di post e, nonostante le ginocchia non siano più quelle di una volta, uno dei migliori difensori della Lega. Ray Allen, forse quello che più ha fallito l'appuntamento con le gare decisive delle Finali, dopo una storica Gara 2 con 8 triple messe a segno su 11 tentativi (all'halftime era a 7 su 7): ciò nonostante, innegabili i suoi meriti lungo la strada compiuta dai C's verso le Finali, e altrettanto innegabile che la sua difesa su Kobe Bryant in questa serie entra di diritto tra le migliori serie difensive di ogni tempo. Kendrick Perkins, saldissimo centro in grado di mettere in difficoltà pivot ben più titolati di lui (per informazioni, chiedere a Dwight "Superman de noantri" Howard) in difesa, mai in grado di essere decisivo in prima persona in attacco (ma non è questo che ci si aspetta da lui). Rajon Rondo, probabilmente la vera superstar di questa squadra, fresco All Star e destinato a diventare, nel prossimo futuro, uno dei nomi di riferimento dell'NBA; passatore straordinario, grande penetratore delle difese meno attente, e difensore più incisivo di quanto Buffa&Tranquillo vogliano ammettere: tutte queste doti, condensate in un fisico inspiegabile per la sua statura, date la sovrumana ampiezza dell'apertura delle braccia e la grandezza delle mani. Ma non possiamo certo scordarci la panchina, da cui sono arrivati contributi fondamentali in questi playoff. Glen Davis, protagonista della incredibile Gara 4 della serie finale, in cui ha vinto una partita (quasi) da solo. Nate Robinson, arrivato a Febbraio dai New York Knicks, confinato da Doc Rivers a sideliner per l'ingestibilità, e rispolverato poi nel momento del bisogno, ha regalato la fondamentale Gara 6 a Boston nella serie contro Orlando, e assieme a Big Baby Davis è riuscito a schiacciare i Lakers in Gara 4. Rasheed Wallace, la testa calda di tutte le teste calde, il giocatore incontrollabile che, dopo una stagione disastrosa, ha dimostrato di essere venuto a Boston solo ed esclusivamente per i playoff, diventando un fattore non indifferente con triple in momenti decisivi, nonchè una difesa da enciclopedia della pallacanestro su Gasol, anche questa destinata a rimanere negli annali, nonostante la vittoria dei Lakers. Tony Allen, autore di alcune delle schiacciate più memorabili di questi playoff e di difese a tratti sovrumane su giocatori del calibro di sua maestà LeBron James. Impossibile, infine, non citare i due coach che hanno contribuito più di chiunque altro a fare di questo gruppo quello che ora è (e, si spera, sarà ancora per un anno): Doc Rivers e Tom Thibodeau (accasatosi ora ai Chicago Bulls, tentando per la prima volta il ruolo di head coach). Insomma, una storia sportiva commovente, il probabile canto del cigno di una squadra composta per lo più di grandi campioni ai loro ultimi anni di gioco (di sicuro, gli ultimi a questi livelli). Il futuro in questi giorni appare quanto mai incerto, e l'amaro in bocca lasciato dalla bruciante sconfitta con i rivali di sempre non fa che aumentare il dolore per il possibile sfascio della squadra. Ma nonostante la sconfitta, va reso onore a questi eroi, che si sono battuti fino all'ultimo, potendo con il cuore dove le gambe non reggevano più, in nome della storica casacca biancoverde che avevano indosso, rendendo i tifosi di Boston orgogliosi anche nella sconfitta. E perciò sing loud, sing proud, let's go C's!
venerdì 28 maggio 2010
giovedì 27 maggio 2010
mercoledì 5 maggio 2010
Gilmar - EMbrionALE

Ghemon è innegabilmente un’artista che fa parlare di sè. Non che faccia di tutto per farsi notare; è però riuscito a stabilire nel tempo un buon contatto col suo fanbase, tramite i mezzi di comunicazione sempre più disponibili. E sfruttandoli con un po’ di testa, sta riuscendo anche ad introdurre, poco alla volta, il pubblico ai cambiamenti cui lui aspira. La sua tendenza a nuove esperienze musicali ha fatto scattare subito l’accostamento a uno dei suoi idoli, Giovanni Pellino in arte Neffa, paragone forse esagerato ma che sicuramente ha delle fondamenta nella caratteristica, peculiare ad entrambi, di fare da apripista verso nuove “sperimentazioni”. Sintomo di questa natura, è sicuramente questo “EMbrionALE”, EP (7 tracce) registrato da Ghemon sotto lo pseudonimo di Gilmar per essere un sentitissimo tributo al musicista Jon Brion, noto ai più per essere stato l’autore della colonna sonora di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”. I pezzi di Brion vengono opportunamente riassemblati per l’occasione (anche se in un paio d’occasioni si preferisce non intaccare la bellezza degli originali con delle aggiunte che sarebbero apparse fuori luogo), e si sposano sorprendentemente bene con la voce di Ghemon, il quale sembra cercare di espandersi in tante direzioni, cementificando il proprio rap, ma tentando al tempo stesso anche svariate altre soluzioni. Si spazia da alcuni pezzi, se vogliamo, tipici del repertorio di Ghemon, tra storie d’amore che fanno sorridere (“Voci nella testa”) e dialoghi con donne che celano in realtà lotte interne con se stessi (“Devo dire no, cazzo!”); ma non mancano momenti più seri, in cui G. si toglie dei sassolini dalle scarpe (“PTS”), o si lancia in bizzarri e quasi allucinati flussi di coscienza (“Il regno è qui”); ma è con “Splende in eterno” (pezzo fra l’altro già edito) che Ghemon dimostra tutta la sua capacità in sede di scrittura, confezionando un pezzo che può essere giustamente considerato un piccolo capolavoro.
Proseguendo negli ascolti, saltano subito all’occhio le sempre più frequenti incursioni nel cantato vero e proprio (tutte riuscitissime, fra l’altro), ma non è da ignorare l’approccio sempre più maturo di Ghemon alla scrittura, che cerca di svincolarsi un po’ da quelli che sono i canoni più limitanti dell’MCing. Questa necessità di varcare i confini del genere è data dall’esigenza dell’artista di progredire, e non va quindi intesa come un tradimento (sarebbe ridicolo), ma anzi va capita e apprezzata, se si vuole che la scena italiana (ad oggi, il Terzo Mondo del rap) compia un decisivo passo in avanti. Grande merito a Ghemon, quindi, per la continuità con cui sforna musica di così alto livello, e anche per la felice scelta di renderlo spesso scaricabile gratuitamente. E già si susseguono le voci di un “Qualcosa Cambierà Pt. 2″ pronto per Novembre, quindi…stay tuned!
martedì 4 maggio 2010
lunedì 3 maggio 2010
Roberto Saviano - La Bellezza e l'Inferno
Negli anni passati dall'uscita di Gomorra, Roberto Saviano non ha smesso di far sentire la sua voce, attraverso svariati articoli su quotidiani sia italiani che esteri. Nel 2009, decide di dare alle stampe questo "La Bellezza e l'Inferno", summa degli scritti elaborati nel periodo sotto scorta. Emerge subito dalle sue pagine il chiaro intento di tracciare un percorso proprio, al centro del quale collocare la parola: il peso e l'importanza che essa può assumere, a tal punto da diventare pericolosa. Le storie narrate sono interessanti, le riflessioni quasi sempre efficaci (quella su "300", proprio no), e anche la scarsa omogeneità del testo, data dal fatto che molti capitoli sono semplici riadattamenti di articoli già precedentemente pubblicati, non risulta essere un grosso problema, anche per la continuità che l'autore riesce a dare, grazie al filo conduttore ben desumibile dal titolo: una bellezza superiore che, proprio in quanto tale, nasconde necessariamente la sua parte oscura, la sua porzione di inferno e dannazione. Il vero problema del libro di Saviano risulta essere un altro, se vogliamo più semplice da ovviare: il fatto che lui si rifaccia continuamente a determinate fonti, come le opere e gli autori letterari di cui lui parla nei suoi scritti, rende pressochè impossibile seguire le sue riflessioni nel momento in cui il lettore non conosce tali fonti. Detto ciò, va comunque riconosciuto a Saviano il merito di aver continuato a scrivere, senza perdersi d'animo, fino a concepire quest'opera comunque sofferta, densa di contenuti e di riflessioni importanti, con cui forse lo scrittore tenta di togliersi l'etichettà restrittiva di autore impegnato contro la Camorra (lotta che comunque lui prosegue tuttora, anche in questo libro), abbracciando frontiere più ampie, in nome della necessità di allargare a tutti problematiche attuali, così che esse diventino davvero "di tutti".
domenica 2 maggio 2010
giovedì 29 aprile 2010
martedì 20 aprile 2010
martedì 13 aprile 2010
How to Train Your Dragon [Chris Sanders, Dean DeBlois]
Nell'avvicinarsi a How to Train Your Dragon (uscito in Italia come Dragon Trainer), l'imperativo era andarci coi piedi di piombo. Perchè nonostante la dolcissima sorpresa di Kung Fu Panda (per chi scrive, il miglior film targato Dreamworks assieme al primo Shrek), stiamo pur sempre parlando della stessa casa di produzione che ha sfornato robe come Madagascar e Shark Tale, sufficienti a far perdere ogni fiducia. Ciò nonostante, diverse recensioni molto incoraggianti mi hanno alla fine convinti a fare un tentativo. Ed in effetti sono rimasto piacevolmente impressionato, da questo HTTYD. Intendiamoci, nulla di innovativo, o in grado di insidiare i capolavori Pixar, ma un film d'animazione fatto come Dio comanda, che secondo me è poi quello che la Dreamworks dovrebbe limitarsi a fare: cercare di tirare fuori, di volta in volta, film ben fatti senza strafare, evitando di rincorrere incassi faraonici con settanta sequel di Shrek (un quarto film? Ma stiamo scherzando?) e Madagascar (no, vi prego, basta!). Tornando, più nello specifico, a questo ultimo film della casa fondata da Spielberg, possiamo vedere come gli ingredienti siano quelli tipici del film classico d'animazione: un ragazzo che nel suo ambiente si sente un pesce fuor d'acqua, in contrasto con un padre che lo vorrebbe come lui. Ma più che alla trama in sè (ripeto, niente di estremamente originale), il film ruota attorno alle trovate più azzeccate: l'ambientazione vichinga, con tutte le contraddizioni del caso, e l'assimilazione al drago del protagonista di comportamenti propri di gatti e cani, che lo fanno apparire come un mansueto animale domestico. Gag ben congeniate, un buon ritmo che mantiene viva l'attenzione dello spettatore, ed infine una sufficiente dose di leggerezza, rendono HTTYD un film assolutamente godibile, per piccoli e meno piccoli. Piccola parentesi riguardo al 3D, finalmente non fastidioso, anche utilizzato in modo appropriato, ma ben lungi dall'essere amalgamato alla produzione al punto da costituirne una parte integrante.
martedì 6 aprile 2010
giovedì 25 marzo 2010
How's your life?
http://www.youtube.com/watch?v=VGiI-MuTWf0
Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete.
Una delle migliori scene finali che abbia mai visto.
Ho postato il video in Inglese perchè è parlato veramente bene.
Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu... lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie... e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete.
Una delle migliori scene finali che abbia mai visto.
Ho postato il video in Inglese perchè è parlato veramente bene.
lunedì 15 marzo 2010
lunedì 8 marzo 2010
domenica 7 febbraio 2010
E. L. Doctorow - L'acquedotto di New York

Sono rimasto davvero soddisfatto, dopo aver letto l'acquedotto di New York: è stata una lettura davvero impegnativa (non perchè risulti pesante, ma perchè rimane comunque difficile seguire l'intreccio e allo stesso tempo cogliere le digressioni sulla città e quelle più concettuali), ma che alla fine mi ha ripagato al 100%. La cosa che più mi ha affascinato di questo libro è il modo che Doctorow ha di scavare all'interno della psicologia umana: i personaggi sono caratterizzati in maniera davvero sorprendente, colti in ogni più piccola sfumatura. Ed ogni persona, per importante che sia, è solo un mattone di quel mondo a sè che è la città di New York. Un'altra cosa interessante è la resa di una New York ottocentesca (a cui noi non siamo affatto abituati, dato che la New York che ci immaginiamo è quella ipertecnologica di oggi o tuttalpiù quella degli anni Venti/Trenta/Cinquanta) che l'autore non ha mai visto, essendo nato nel 1931. New York è come una gigantesca creatura, respira ed ha delle esigenze, e gli umani che la popolano sono soltanto delle minuscole particelle componenti di qualcosa di immensamente più grande e complesso, al di sopra della loro comprensione. Doctorow, attraverso il protagonista, cerca però di dare una chiave di lettura di questo complicato puzzle di città: quello che ne consegue è un mesto sguardo dal basso in alto, che prova a guardare ugualmente alla vita con un po' di speranza nel cambiamento. Un libro forse non per tutti, non per chissà quali elevati contenuti, ma semplicemente per l'impegno che richiede nella lettura. Ma basterà mettersi con un po' di voglia e costanza, per rendersi conto di avere tra le mani un gran libro.
sabato 6 febbraio 2010
http://www.wolframalpha.com/
Fenomenale, non so che altro dire. Sto approfondendo per capire su cosa si basi il motore, ma i risultati sono veramente impressionanti.
Fenomenale, non so che altro dire. Sto approfondendo per capire su cosa si basi il motore, ma i risultati sono veramente impressionanti.
lunedì 1 febbraio 2010
That's really cool
http://store.unotre.com/
Questo sito è una meraviglia. Vi si trovano in vendita decine di scarpe vintage praticamente introvabili, tra cui le mitiche Nike Glyder. Unici difetti: prezzi alti, mancano le Blazer.
Questo sito è una meraviglia. Vi si trovano in vendita decine di scarpe vintage praticamente introvabili, tra cui le mitiche Nike Glyder. Unici difetti: prezzi alti, mancano le Blazer.
giovedì 28 gennaio 2010
Philosopy Football (Monty Phyton)
http://www.youtube.com/watch?v=ur5fGSBsfq8
Se non capite qualcosa (anche perchè la telecronaca è molto veloce) ci sono altri video con commenti in italiano che spiegano tutto.
Se non capite qualcosa (anche perchè la telecronaca è molto veloce) ci sono altri video con commenti in italiano che spiegano tutto.
martedì 26 gennaio 2010
Oh my, James again!
http://www.youtube.com/watch?v=F3cKFY4Z_TA&feature=player_embedded
Al momento (e per i prossimi dieci anni), i due giocatori più belli da veder giocare con una palla a spicchi in mano. E a Luglio, le loro decisioni cambieranno probabilmente le sorti dell'NBA.
Al momento (e per i prossimi dieci anni), i due giocatori più belli da veder giocare con una palla a spicchi in mano. E a Luglio, le loro decisioni cambieranno probabilmente le sorti dell'NBA.
lunedì 25 gennaio 2010
In revolutionary colour
Non ci crederete mai, lo so. Ma la foto che vedete è stata scattata nel 1910.
La cosa più impressionante è che stravolge l'immagine che abbiamo di quegli anni, sembrando incredibilmente attuale.
La raccolta completa la trovate qui:
http://www.newsweek.com/id/214585
giovedì 21 gennaio 2010
Decreto per l'equo compenso, ovvero come tassare l'innovazione
Aspettavate l'ultima legge assurda per chiudere col lucchetto le valigie e andarvene definitivamente dall'Italia? Eccovi accontentati: è arrivato il decreto sull'equo compenso.
Qui trovate un'esauriente descrizione, con tanto di pdf del documento ministeriale:
http://business.webnews.it/news/leggi/12192/bondi-tassa-la-tecnologia-con-lequo-compenso/
Il parere di Bondi:
http://www.businessonline.it/news/9753/Tassa-equo-compenso-Siae-non-e-una-imposta-secondo-Bondi-Ma-infuriano-le-polemiche%20.html
Cosa ne pensa la gente:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/gtecnologia.asp?ID_blog=87&ID_articolo=150&ID_sezione=158&sezione=Desktop
Oh no! Bad Italy! Bad Italy! (cit.)
Qui trovate un'esauriente descrizione, con tanto di pdf del documento ministeriale:
http://business.webnews.it/news/leggi/12192/bondi-tassa-la-tecnologia-con-lequo-compenso/
Il parere di Bondi:
http://www.businessonline.it/news/9753/Tassa-equo-compenso-Siae-non-e-una-imposta-secondo-Bondi-Ma-infuriano-le-polemiche%20.html
Cosa ne pensa la gente:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/gtecnologia.asp?ID_blog=87&ID_articolo=150&ID_sezione=158&sezione=Desktop
Oh no! Bad Italy! Bad Italy! (cit.)
martedì 19 gennaio 2010
Hidden reality
Il video non viene incorporato, sarò costretto a copiare solo il link.
http://www.youtube.com/watch?v=4sbxOlk-Z1E
ADM
http://www.youtube.com/watch?v=4sbxOlk-Z1E
ADM
domenica 17 gennaio 2010
Avatar [James Cameron]
Se leggete questa recensione per avere un semplice giudizio su Avatar, senza tanti giri, ve lo dò subito. Dovreste andare a vederlo? Direi di si. Ma è proprio così bello bello in modo assurdo? Si, lo è.
Ora veniamo a noi. Mi piace considerare Avatar come un punto di arrivo da un lato, e come punto di partenza da un altro. Mi spiego meglio. Da un lato, Avatar potrebbe essere visto come l'apice del cinema d'animazione del decennio appena concluso (perchè solo da noi babbi è uscito adesso, per non far concorrenza ai cinemerdapanettoni), poichè riesce a fondere alla perfezione le tecniche di quelli che qua da noi vengono ancora chiamati cartoni animati con quelle di molti film action, integrati ad animazioni superbe (vedi Pirati dei Caraibi); dall'altro, un nuovo inizio nella storia del cinema, con un'ormai totale simbiosi tra recitazione ed effetti speciali.
In questo film troverete quindi sintetizzati diec'anni di computer grafica, motion capture e quant'altro: Cameron ha appreso perfettamente la lezione di Star Wars (trilogia nuova) e di tante altre pellicole, li ha metabolizzati e li ha poi piegati alla sua volontà. Perchè Avatar non è solo la summa di quanto di buono s'è fatto nell'applicazione della tecnologia al cinema, ma è una totale reinterpretazione (peraltro, personalissima, marcatamente cameroniana) di tutto ciò: il regista rinuncia ad assecondare la nostra immaginazione, per condurci nel profondo della sua. Ma Cameron non è come tutti gli altri, no: chiunque altro, al suo posto, ci avrebbe catapultato nel magico mondo di Pandora in quattro e quattr'otto, fra esplosioni e quant'altro; lui no, lui ci prende per mano, e ci porta piano piano, quasi fossimo in punta dei piedi, nel mondo abitato dagli indigeni Na'Vì, scostando un poco alla volta il velo che avvolge questa realtà incantata.
Molti ha scritto/detto, in maniera abbastanza campanilistica secondo me, che la storia di questo film non è granchè, che è banale, che è un'americanata. La storia di Avatar è lineare, ma non si può dire che sia banale. I sottesti sono profondissimi, le tematiche affatto semplici: e in questo non si può che dare nuovamente merito a Cameron, per essersi preso delle grosse responsabilità in questo film, per la grossa critica alla politica della moderna società occidentale e la riflessione sulla diversità (sviluppata non solum sed etiam attraverso l'emblematico dualismo tra umano e avatar).
Ma, diciamolo senza tanti fronzoli: Avatar non è certo solo questo. Avatar è prima di tutto una gioia per gli occhi, grazie non solo al progresso tecnologico ma anche al suo sapiente uso. Un comparto tecnico da antologia ricrea il meraviglioso mondo di Pandora, e tutto il lavoro filologico che ci sta dietro rivela un'accuratezza sovrumana, ben oltre lo "sfoggio fine a sè stesso di effetti speciali" che gli viene attribuito. Ogni singola scena d'azione è una piccola perla nel genere, per come si sviluppa da un punto di vista narrativo ma anche, appunto, visivo; ogni istante regala quella sensazione di meraviglia che ti fa restare attonito, con occhi e bocca spalancati, un grosso groppo in gola, ma il cuore che trabocca di felicità.
Avatar è un film universale, uno di quelli che segnano un'epoca in maniera indelebile, e io credo che l'unica cosa che si possa fare sia levarsi il cappello dinanzi ad un'opera così oggettivamente ben riuscita, da rasentare la perfezione. Avatar è uno dei motivi per cui uno va sempre al cinema: se tu sei un appassionato lo sai, che ogni volta che entri in una sala vorresti trovarti di fronte uno spettacolo come questo. Perciò basta facili qualunquismi, e cercate di non farvi il sangue acido, apprezzando Avatar per quello che è: un capolavoro.
Ora veniamo a noi. Mi piace considerare Avatar come un punto di arrivo da un lato, e come punto di partenza da un altro. Mi spiego meglio. Da un lato, Avatar potrebbe essere visto come l'apice del cinema d'animazione del decennio appena concluso (perchè solo da noi babbi è uscito adesso, per non far concorrenza ai cinemerdapanettoni), poichè riesce a fondere alla perfezione le tecniche di quelli che qua da noi vengono ancora chiamati cartoni animati con quelle di molti film action, integrati ad animazioni superbe (vedi Pirati dei Caraibi); dall'altro, un nuovo inizio nella storia del cinema, con un'ormai totale simbiosi tra recitazione ed effetti speciali.
In questo film troverete quindi sintetizzati diec'anni di computer grafica, motion capture e quant'altro: Cameron ha appreso perfettamente la lezione di Star Wars (trilogia nuova) e di tante altre pellicole, li ha metabolizzati e li ha poi piegati alla sua volontà. Perchè Avatar non è solo la summa di quanto di buono s'è fatto nell'applicazione della tecnologia al cinema, ma è una totale reinterpretazione (peraltro, personalissima, marcatamente cameroniana) di tutto ciò: il regista rinuncia ad assecondare la nostra immaginazione, per condurci nel profondo della sua. Ma Cameron non è come tutti gli altri, no: chiunque altro, al suo posto, ci avrebbe catapultato nel magico mondo di Pandora in quattro e quattr'otto, fra esplosioni e quant'altro; lui no, lui ci prende per mano, e ci porta piano piano, quasi fossimo in punta dei piedi, nel mondo abitato dagli indigeni Na'Vì, scostando un poco alla volta il velo che avvolge questa realtà incantata.
Molti ha scritto/detto, in maniera abbastanza campanilistica secondo me, che la storia di questo film non è granchè, che è banale, che è un'americanata. La storia di Avatar è lineare, ma non si può dire che sia banale. I sottesti sono profondissimi, le tematiche affatto semplici: e in questo non si può che dare nuovamente merito a Cameron, per essersi preso delle grosse responsabilità in questo film, per la grossa critica alla politica della moderna società occidentale e la riflessione sulla diversità (sviluppata non solum sed etiam attraverso l'emblematico dualismo tra umano e avatar).
Ma, diciamolo senza tanti fronzoli: Avatar non è certo solo questo. Avatar è prima di tutto una gioia per gli occhi, grazie non solo al progresso tecnologico ma anche al suo sapiente uso. Un comparto tecnico da antologia ricrea il meraviglioso mondo di Pandora, e tutto il lavoro filologico che ci sta dietro rivela un'accuratezza sovrumana, ben oltre lo "sfoggio fine a sè stesso di effetti speciali" che gli viene attribuito. Ogni singola scena d'azione è una piccola perla nel genere, per come si sviluppa da un punto di vista narrativo ma anche, appunto, visivo; ogni istante regala quella sensazione di meraviglia che ti fa restare attonito, con occhi e bocca spalancati, un grosso groppo in gola, ma il cuore che trabocca di felicità.
Avatar è un film universale, uno di quelli che segnano un'epoca in maniera indelebile, e io credo che l'unica cosa che si possa fare sia levarsi il cappello dinanzi ad un'opera così oggettivamente ben riuscita, da rasentare la perfezione. Avatar è uno dei motivi per cui uno va sempre al cinema: se tu sei un appassionato lo sai, che ogni volta che entri in una sala vorresti trovarti di fronte uno spettacolo come questo. Perciò basta facili qualunquismi, e cercate di non farvi il sangue acido, apprezzando Avatar per quello che è: un capolavoro.
lunedì 11 gennaio 2010
Sherlock Holmes [Guy Ritchie]
Premessa necessaria non solo a questa recensione, ma ovviamente anche alla visione del film qui trattato: mi pare davvero ridicolo fare i passatisti precisini, sottolineando di volta in volta cosa non è stato mantenuto nella trasposizione dall'opera originaria alla fotocellula; soprattutto, è ridicolo quando dietro alla macchina da presa c'è uno come Guy Ritchie. Due parole su Guy Ritchie: un simpatico cazzone che negli anni Novanta, in piena sindrome tarantiniana, ha diretto due gran bei film (Lock & Stock e The Snatch), poi si è sposato con quella pornostar, pardon, popstar di Madonna, che gli ha bevuto il cervello succhiandoglielo dal cazzo. Pare che con Rock'n'Rolla sia tornato a tirar fuori film quanto meno divertenti, e con Sherlock Holmes questa tendenza sembra confermata. Ma veniamo al film in sè. La rilettura operata da Ritchie di personaggi come Holmes e il fido Watson costituisce già di per sè un motivo sufficiente per andare al cinema (sì, certo, ci sono anche i sottotesti homo). Un Jude Law in gran forma indossa i panni di uno Watson meno cameriere di come ce lo si aspetterebbe, più amico-tuttofare combattuto tra il desiderio di una vita tranquilla e l'incapacità di staccarsi dal lavoro di aiuto-detective. Ma a rubare la scena è (c'era davvero bisogno di dirlo) lo Sherlock Holmes di Robert Downey Jr., che pur mantenendo tutte le caratteristiche tipiche del personaggio (incredibile acume, intelligenza fuori dal comune, atteggiamento da dandy snob ed eccentrico), ne incorpa altre più vicine al cinema moderno (eccezionale condizione ginnica, infarinatura sulle basi del Tae Kwon Do e tanta, tanta voglia di menar le mani). E già qua potrei finire. E invece no. C'è anche la ricreazione di una Londra d'epoca, dotata di una maestosa grandiosità per nella sua fanghiglia, che inevitabilmente viene a galla. C'è l'apprezzabile tentativo (perlatro ben riuscito) di condurre questa camminata sulla corda tra sovrannaturale e irrimediabilmente terreno, che non può non ammaliare lo spettatore. Ma ovviamente, dove Ritchie dimostra di avere la mano di un maestro è nelle sequenze d'azione: basta citare la scena dell'esplosione in slow-motion (clap clap). Nota a margine: i rallenty pre-azione (chi l'ha visto lo capisce) e le diagnosi in tempo reale del Dr. Watson sono assolutamente un valore aggiunto. Insomma, davvero, non lasciatevelo scappare. Perchè se a pensare ad un film di Sherlock Holmes con più azione che in uno di James Bond si può rimanere quantomeno straniti (anche a me era successo, dopo aver visto il trailer), la perplessità svanisce semplicemente col passare dei minuti. Questo film è, assieme a Star Trek, il punto più alto raggiunto nel 2009 da quel tipo di commedia entertainment (che da noi è abitualmente etichettata come americanata) che davvero, più di così non può regalare (e hai detto poco!).
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